Argomenti

La città, la democrazia deliberativa e i cittadini costruttori di comunità

È il titolo del breve saggio di Marianella Sclavi (*) che rilanciamo con grande piacere. Apparso pochi giorni fa sul blog dell’autrice e pubblicato, in due parti, sulla rivista Il Bolive dell’Università di Padova, il saggio integrale è scaricabile in PDF qui.

“Tutti i principali problemi del nostro tempo, come ha affermato il sociologo Ulrich Beck, sono connessi al fatto che i nostri corpi sono immersi nel XXI secolo, mentre le nostre menti e le nostre istituzioni sono rimaste al XIX”.

Con la competenza e le esperienze maturate in oltre quarant’anni di attività e di ricerca, Marianella Sclavi spiega in modo molto pratico e chiaro il passaggio dal riduzionismo alla complessità nella gestione delle relazioni di potere e delle competenze (dentro a gruppi e nella società), per “fare della capacità di mutuo apprendimento il principale collante della società civile” e in un’ottica di soluzione creativa dei conflitti. Potremmo sintetizzare il nucleo del suo lavoro attraverso un passaggio del testo:

“Maarten Hajer […] alla domanda: «How can we give people a new appetite for the future?» («Come possiamo invogliare la gente a pensare al futuro?») ha risposto con un duplice suggerimento. Il primo è una formula elaborata nel secolo scorso dai teorici della ricerca-azione: «Non cambierai mai qualcosa combattendo la realtà esistente. Per cambiare, costruisci un modello nuovo che renda quella realtà obsoleta». Il secondo suggerimento può essere sintetizzato in un’altra domanda: «Why talking about the future when you can visit it instead?» («Perché limitarsi a parlare del futuro, quando possiamo visitarlo?»). Entrambi questi suggerimenti nascono dalla comprensione che non si può passare da un sistema semplice a uno complesso, se prima non si esce dal sistema semplice.”

L’analisi di Sclavi prende in considerazione le modalità con cui vengono prese le decisioni nei sistemi di governance attuali, i soggetti coinvolti (o esclusi) e perché i sistemi tradizionali non funzionano più, producendo cortocircuiti e sortendo conflitti blindati. I suoi esempi passano da Cavour alla TAV Torino-Lione, dal Débat Public francese al caso dello stadio di Roma, e attraversano le sue esperienze professionali in prima persona.

I processi decisionali, astratti, burocratici e top-down, vanno abbandonati in favore di metodologie ampiamente codificate e sviluppate in tutto il mondo che, non solo coinvolgono tutti i soggetti implicati nella filiera progettuale ma diventano, per la durata del processo, parte di un’unica “comunità indagante”, co-protagonisti di un’idea condivisa di futuro.

Emblematico il caso ricostruzione post-terremoto in Friuli a metà degli anni ’70: “la scelta vincente è stata di rifiutare di partire da una legge ad hoc o da un piano, per mettere invece il cantiere al centro: una pluralità di cantieri diretti dai gruppi di vicinato con l’assistenza di architetti di fiducia. […] impegnato a usare i finanziamenti pubblici per ricostruire le proprie case e il paesaggio urbano in cui riconosce la propria storia e identità.”

Centrale è il “come” si svolgono i processi, come sono coinvolti i soggetti, quale grado di autentica inclusività viene adottato, quale postura hanno i “competenti” o “gli esperti”: “I burocrati e i professionisti che, nella società moderna, sono i capisaldi sui quali si reggono i poteri autoritativi (cioè autoritari e gerarchici) delle istituzioni, e che, rispetto all’uomo della strada, si pongono come i guardiani dell’arco delle possibilità consentite, hanno nel passaggio alla seconda modernità questi due grandi handicap: non hanno mai imparato a costruire contesti di mutuo apprendimento, e non sanno confrontarsi in modo dialogico con la contingenza delle situazioni uniche e concrete.”

Su questo punto l’autrice svolge tutta la seconda parte del testo: “Il cambiamento oggi in atto riguarda direttamente quel totem e tabù, quel frattale che configura lo spartiacque fra chi sa e chi non sa, la cui permanenza è alla radice della vacuità che ha impedito di occuparsi di come costruire una democrazia e anche un socialismo reale con gli anticorpi alla violenza e autoritarismo.

Quello che viene chiamato crowdsourcing – cioè l’intelligenza diffusa e collettiva, l’insieme di competenze e saperi territorializzati e non esclusivamente posseduti da alcuni – possiede un’ampia letteratura ed è già una pratica utilizzata in numerosi settori, dato che la moltiplicazione dei punti di vista è semplicemente più efficace e porta a soluzioni più adeguate. Si tratta di diffonderne l’uso, anche grazie alle competenze di facilitatrici/tori, perché nel salto di paradigma che ci attende: “è il nuovo modo intelligente di stare al mondo. L’importanza dei contesti locali nella costruzione del senso e della realtà, non è più eludibile” se vogliamo avviarci verso una felice gestione della complessità.

Invitiamo, pertanto, a gustarvi la lettura di questo saggio, un contributo prezioso per chi, come noi, si occupa di complessità e processi trasformativi radicali.

(*) Marianella Sclavi, etnografa e autrice, è una delle voci più autorevoli su gestione dei conflitti, tecniche di mutuo apprendimento e ascolto attivo. Pioniera in Italia delle teorie e tecniche dell’Ascolto Attivo, della Facilitazione e della Progettazione partecipata, ha insegnato Etnografia Urbana al Politecnico di Milano e lavorato come consulente in diversi processi partecipativi e situazioni conflittuali. È co-fondatrice e presidente di Ascolto Attivo, Collabora dal 2005 con il Consensus Building Institute del MIT e dal 2010 con il Master su Conflict Resolution and Governance dell’Università di Amsterdam.